Love di William Eubank: recensione inedito

C’è un languore esistenziale che accomuna molti seguaci della fantascienza, quel senso di inquietudine e di incompiutezza, di esplorazione infinita (e dell’infinito) che cammina sull’orlo dello scibile. Luoghi in cui ogni teoria è aggiornata da idee visionarie e ogni immaginazione si addentra in imprevedibili, affascinanti circuiti spazio-temporali. Abiti di possibilità, scritti e disegnati per oltrepassare il vero e concepire l’impossibile. Tale è anche il primo lavoro di William Eubank: un diamante grezzo scovato per caso e custodito lungo il vialetto di casa dei suoi genitori, dove il regista ha impalcato scenografie a basso costo senza nulla togliere alla sostanza del film (a riprova che il budget non sia la risposta a tutto).
Love è un viaggio emozionale di condivisioni, un tripudio di congiunzioni umanistiche (e non), un passaggio esistenziale nel buio cosmico. Opera concettuale quanto eterea che si guarda come un sogno, con le sue ambiguità, con i suoi collegamenti (apparentemente) illogici.
Nel 1864 il capitano Lee Briggs è testimone di una scoperta che annota sul diario di guerra, due secoli più tardi l’astronauta (quasi omonimo) Lee James Miller la conoscerà a bordo della sua navicella spaziale.
Quando ormai ogni contatto con la terra è perduto, quando l’ultimo lembo di solitudine pare abbracciare la vittoria della follia Eubank realizza il suo filosofico ponte cinematografico, prendendoci tutti per mano. In quel caldo e accogliente bagliore che all’aspra marcia della sopravvivenza cinge la danza estasiata dello spirito. È l’ignoto come solo la fantascienza sa mostrare, la dimensione parallela (o aliena) che tutti percepiamo nella ricerca del senso e del sentire. Quell’Amore del titolo che unisce, (ri)crea, (ri)popola e (ri)collega eterne identità, infiniti  ricordi e racconti. Eubank vuole svelarlo, vuole renderlo tangibile e possibile, ci esilia nello spazio per dirci quanto in realtà siamo moltitudini interconnesse, ci fa saltare dentro corridoi intersiderali per mostrare quanto ogni pensiero, ogni azione, ogni momento, anche a distanze estreme, sia condivisione pura.
Con Love attraversiamo la violenza (nei lirici tableaux vivants d’inizio), innalziamo lo sguardo alle rivelazioni straordinarie, sbirciamo l’anima dentro lo smarrimento abissale dell’universo; diventiamo dramma, sfida, stupore, gioia, respiriamo l’energia primordiale che rende umano l’uomo e in ogni singolo squarcio di questo abbandono e di questa speranza, scopriamo di essere dovunque, istintivamente vicini.
La deliziosa positività con cui il regista si rivolge al di fuori dello schermo è il sano ingegno con cui usa e condivide questo cinema/esperimento, rendendoci spettatori e agenti.
Love è fantascienza introspettiva, irrisolta e interpretativa, sonora e simbolica; strizza l’occhio a Kubrick, ma modella ex novo la materia carnale e psicologica delle relazioni. Mentali e fisiche. Turbate e sospese come la Vita, imperfette e indispensabili come l’Amore.

MissK DiCinema

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