Chappie / Humandroid: recensione

Si chiama Chappie, è un robot a cui è stata data un’identità e ha ricevuto l’imprinting meno valido che un “neonato” possa avere (genitori criminali e totale mancanza di regole). Inoltre dovendo imparare tutto sul mondo è una spugna d’apprendimento potenziata da un software al posto del cervello, ma non ha la minima idea della differenza tra bene e male. Chappie osserva, ascolta e in pochi minuti diventa; pericoloso quanto gli esempi che ha accanto e debole quanto il dolore che non si spiega.
Dopo la discarica di Città del Messico in cui aveva ambientato (il dimenticabile) Elysium Neill Blomkamp torna nella sua Johannesburg, nei luoghi disperati di povertà e dentro un’umanità tossica e reietta. Le radici e i contenuti del suo cinema continuano a pulsare lungo i confini della sopravvivenza, affossata solo da quella tragedia fisiologica che è l’uomo. Chappie è la sua risposta a una “famiglia” disfunzionale, a una società allucinata dentro cui s’arrampica una ricerca estenuante e pericolosa di amore. Tuttavia è bene saperlo subito: Humandroid non è District 9, la greve potenza cinematografica degli esordi è ormai lontana, l’enfasi emotiva ha ceduto il passo allo show, ai rallenty, a una sorta di fantasy-action vulnerabile, divertente ed esagerato. Blomkamp rielabora la fragilità e il veleno degli uomini in un mix di dramma e di caricatura, dentro i “perché” del suo robot riflette sul senso (o sulla delusione) della vita e, dulcis in fundo, presenta il suo personalissimo scacco alla razza umana (soprattutto sullo stato della coscienza).
Il progresso tecnologico, l’esistenza dell’anima, la morte, il libero arbitrio, l’educazione, il potere, persino Dio entra in questa fusione di titanio, senza trascurare la nostra esistenza guerrafondaia. Chi sta dietro alla cinepresa conosce i veri mostri ed è sufficiente il battesimo del suo androide per dimenticarsi di quanto metallo abbia in corpo. Chappie lo si sente vicino, maltrattato, credulone, arrabbiato, con le sue pene e con la sua mimica, con i tatuaggi e le protesi, quasi fosse di sangue e di carne. L'unico errore di Blomkamp è aver abbracciato la filosofia sovradimensionata della Hollywood più prosaica e dunque far sembrare tutto un gioco con poco sentimento. L’idea è ottima, ma il cattivo è mera funzione, la co-protagonista sprecata e non ne esce fuori la magnifica favola distopica che avrebbe potuto essere. 

MissK DiCinema

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