Moon: recensione breve

Prima di tutto, prima di contare i premi, prima di nominare il budget, prima di ragionare sugli effetti speciali è meglio riflettere anche soltanto su un punto, e cioè che Duncan Jones con Moon ha fatto dell’idea(le) di fantascienza ancestrale e filosofica un concetto e una visione ancora cinematograficamente possibili.
Non è poco visto che si tratta di un’opera prima, visto, soprattutto, che l’abisso, il futuro, la simbiosi uomo-macchina, l’alieno e la distopia tipiche della sci-fi siano argomenti ancorati troppo facilmente a grafiche mozzafiato, a discapito della narrazione. L’Io di oggi è  spesso in braccio a un’esile eredità che costruisce altri mondi e altre gesta, lasciandoci plausibili, passati, ricordi, o a volte prevedibili. L’uomo non è più ciò che è, l’uomo è ciò che fa: poco importa cosa rimane della sua introspezione, cosa resta dell’essere, o se solitudine e solipsismo stiano diventando tragici sinonimi.  C’è una parte di cinema che da queste basi edifica il caos, i fragori di luci e di ombre, le grandi corse intersiderali; che sempre più spesso ci rende eroi e sempre meno spesso parla di umanità. Forti di artefatti, contaminati dal "tutto e subito", sfocati e superficiali, dentro film divorati dall’azione, dentro azioni in cui non siamo protagonisti (n.d.r. nulla da ridire sull'action sci-fi, qui si discute sugli effetti speciali senz'anima). Che ne è dell’uomo? Che ne è della fantascienza che ci mette in (il) dubbio? Che ne è della coscienza? Di quell’angoscia che solo la tristezza umana sa provare dinanzi all’ignoto, alla depressione, alla scoperta senza via di fuga? Che ne è dell’affrontare il dolore? Del tempo? Delle menzogne che ci distruggono, delle verità che ci affliggono? Dell’essere crudeli, deboli, arresi? Cosa succede quando non sappiamo più chi siamo? 
Moon è sotto questi aspetti un piccolo baluardo di fantascienza esistenziale e chi se ne frega se Jones scopiazza qui e là dai grandi classici, se le conclusioni non raggiungono i livelli delle premesse. Tensione e paranoia, dubbio e infinito logorano mente e corpo di un magistrale Sam Rockwell. Alla rivelazione di non essere antropocentrici si stravolgono le certezze basilari, si costringe l’uomo a concepire la propria marginalità, a guardarsi allo specchio come uno fra tanti, a riformulare ogni interrogativo pensabile. Allora Moon si merita i premi raccolti, si svela colmo di emozioni, anzi ne è forma, ne rappresenta la genesi, la follia, la difesa. Ricolloca e stravolge l'uomo, lo illumina e lo annienta, sublimato dal perfetto tocco sonoro di  Clint Mansell

Moon, 2009
Regno Unito.

MissK DiCinema

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