Bronson: recensione

Quando la violenza ribelle ed estatica si manifesta al cinema ha la risata di Tom Hardy e la videocamera di Nicolas Winding Refn.  La storia che racconta è poi il frutto di colui che ha fatto di se stesso un’arma impenitente, mediatica e senza scrupoli; storia vera di Michael Gordon Peterson. Detenuto per trentaquattro anni di cui trenta in isolamento in centoventi penitenziari d’Inghilterra, ma prigioniero di un unico e solo viscerale desiderio: diventare famoso.

Missione condivisa o no, il dato certo è che la violenza sta a Refn come la luce sta a Turner, perciò cronologia e melodramma qui dentro sono storia antica. Bronson non è semplicemente un biopic, è la rappresentazione della violenza secondo Refn. L’autore di Drive, lo stesso di Solo Dio perdona, colui che rispetta la rabbia, che la estetizza in musica, la modella in linguaggio, la trasforma in provocazione, la usa come energia da cui origina il suo cinema. Raro caso in cui un’opera sublima come poche l’abisso insondabile dell’uomo con le vette artistiche dell’immagine. E così vi partecipiamo, alla maniera di un dipinto, di uno scambio tra chi compone, chi guarda e chi è guardato, ci introietta in una dimensione disperata e grottesca, lirica e teatrale,
psichica e materica. Un mondo fatto di pugni serratissimi, di minacce e di ostaggi, ma anche di siparietti farseschi, di maschere e di colori, di lamenti insanguinati, di calci e di occhi sgranati. 
Dentro una spirale amara e beffarda Refn compie una specie di miracolo, crea un giullare scanzonato e selvaggio, un narcisista indomabile ma mai ridicolo. Se non bastasse lo spoglia e lo pesta più volte dentro quelle gabbie d’inferno, espressioni di un Sistema in cui si gira in tondo al ritmo di catene ai piedi, in cui certi chiavistelli sono il suono di vite destinate all’oblio.Tutto attraverso una tela (persino sociale) su cui Refn prima e Bronson dopo decostruisce un’identità, deformando il passaggio dalla realtà alla leggenda. Perché sia chiaro, è in prigione che Peterson migliora il suo “talento”, consuma gli atti più indegni e diventa Charlie Bronson (nome d’arte adottato proprio in onore del duro Giustiziere della notte). Lì dove la violenza è inflitta e ricevuta, l’ira è il punto di partenza, di arrivo e di non ritorno e lo spettacolo non contempla riabilitazioni.

Ciliegina sulla torta: musica classica in un mix electro-pop e ultima, ma non ultima l’interpretazione di Hardy. Quasi esordiente nel 2008 e pazzesco in una massa muscolare che sfoga la forza bruta del corpo mentre esprime negli occhi l’Io furibondo e malsano della mente. Dalla cronaca al cinema, dalla vanità al furore, per incoscienza o follia a costruzione del proprio mito e del suo dualismo.
La rabbia, parafrasando Baudelaire, è un liquore prezioso… e Bronson (o Refn?) ne ha fatto della sua una vita intera.
[La recensione fa riferimento alla versione in lingua originale].

CURIOSITA':

MissK DiCinema

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