Coda: cortometraggio - recensione breve

Bizzarro guardare la morte in faccia e percepire tanta vita. Eppure così accade quando le cose iniziano a peggiorare; quando abbiamo bisogno del dolore per sentire il piacere, o dobbiamo sfiorare la fine per concepire il recupero. 
L’uomo e le sue imperfezioni…le sue contraddizioni, sempre alla ricerca di un sé che crede fuori da se stesso. Coda, il cortometraggio animato di Allan Holly, si aggancia proprio a questa dimensione, dialogando a tu per tu con l’ineluttabilità della vita. Minimale e seducente, matita priva di fronzoli digitali e tonalità fluorescenti fanno da sfondo all’album dei ricordi. Punti cardine del film attraverso cui un giovane uomo deve affrontare il passo più oscuro dell’esistenza.  È la Signora Fine che ci accoglie, che diventa la culla di quelle connessioni che hanno edificato la nostra identità. Inquietante sì, ma non terribile; anzi, gli improbabili negoziati che il protagonista approccia con la morte, le sue richieste, la musica al piano e le luci spargono candore e tenerezza. In fondo tutto quello che desideriamo è più tempo, quello che temiamo è di perdere la nostra coscienza, la nostra memoria, abbandonare i perché irrisolti. Al cospetto dell’inevitabile tramonto oltrepassiamo così l’ultima porta, diventiamo piccoli e torniamo soli, perché questo è un viaggio retrospettivo, e per quanto siamo inseguiti da un destino freddo e perentorio, indugiamo attratti. Sembra una genealogia del sentimento questo Coda, che chiude il cerchio, lasciandoci l'incanto.



MissK DiCinema

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